Ti Amo Campionato

Come un dodicenne voglioso di sudore e pallone, il vostro affezionatissimo sente la nostalgia canaglia del campionato.
Il calciomercato non regala grossi colpi. Da un mese a questa parte cedo il mio obolo quotidiano alla Gazzetta, nella vana attesa di leggere del nuovo grande campione pronto ad infiammarci il cuore, della giovane promessa carioca o della probabile mezzasega che, puntualmente, arriva in ogni squadra, ogni anno, sempre.
Se, come me, tifate per una scalcagnata compagine dai colori rosso&blu che milita in terza serie, il massimo dell’eccitazione viene rappresentato dall’acquisto di un attaccante 35enne, bolso, buono per farci il brodo, rari capelli su volto scavato dalla fatica e panza prominente segno di maternità ormai prossima.
Un Bobo Vieri formato Serie C, senza nemmeno la velina di contorno da lumare scosciata in tribuna.
Per noi ultras dal cuore di panna, altre cinque sante domeniche ci dividono dal calcio d’inizio dei campionati di calcio.
Un’eternità.
Nell’attesa, sogno l’arrivo del ‘Grande Bastardo’ e di quattro compagni di gioco, pronti ad unirci per portare a casa la Coppa.
Le regole della Pallastrada sono un geniale regalo di Stefano Benni.

Regolamento unico e segreto del Campionato Mondiale di Pallastrada
Il campionato viene giocato ogni quattro anni da otto squadre di tutto il mondo che si affrontano a eliminazione diretta secondo il regolamento internazionale, e cioè:

1) Le squadre sono di cinque giocatori senza limiti di età, sesso, razza e specie animale.

2) Il campo di gioco può essere di qualsiasi fondo e materiale a eccezione dell’erba morbida, deve avere almeno una parte in ghiaia, almeno un ostacolo quale un albero o un macigno, una pendenza fino al venti per cento, almeno una pozzanghera fangosa e non deve essere recintato, ma possibilmente situato in zona dove il pallone, uscendo, abbia a rotolare per diversi chilometri.

3) Le porte sono delimitate da due sassi, o barattoli, o indumenti, e devono misurare sei passi del portiere. È però ammesso che il portiere restringa la porta, se non si fa scoprire, e che parimenti l’attaccante avversario la allarghi di nascosto fino a un massimo di venti metri. La traversa è immaginaria e corrisponde all’altezza a cui il portiere riesce a sputare.

4) La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte, deve essere o molto più gonfia o molto meno gonfia del normale, e possedere un adeguato numero di protuberanze che rendano il rimbalzo infido.

5) Ai giocatori è vietato indossare parastinchi o altre protezioni per le gambe.

6) Ogni squadra dovrà indossare un oggetto o un indumento dello stesso colore (sciarpa, elmo, berretto, calzerotto, stella da sceriffo) mentre è proibito avere maglia e pantaloncini uguali.

7) Sono ammessi gli sgambetti, il cianchetto, la gambarola, il ganascio, il pestone, il costolino, il raspasega, il poppe, il toccaballe, il calcinculo, il blondin, l’attaccabretella, il placcaggio, il ponte, la cravatta, il sandwich, l’entrata a slitta, l’entrata a zappa, il baghigno, la cornata, il triplo Mandelbaum, il colpo dell’aragosta, lo strazzabregh, il cuccio, il papa, lo squartarau, la trampolina e il morsgotto. Sono proibiti i colpi non dianzi citati e le armi di ogni genere.

8) Nel caso la palla finisca giù per una scarpata in mare o in altra provincia, la partita deve riprendere entro due ore, o sarà ritenuto valido il risultato conseguito prima dell’interruzione.

9) Nel caso in cui un cane o un neonato o un cieco o altro perturbatore entri in campo intralciando o azzannando la palla, egli sarà considerato a tutti gli effetti parte del gioco, a meno che non si dimostri che è stato addestrato da una delle squadre.

10) Il passaggio di biciclette, auto, moto e camion non interrompe il gioco, fatta eccezione per le ambulanze e i carri funebri.

11) Per poter svolgere il campionato nei due sacri giorni come è sempre stato, gli incontri mondiali avranno una durata fissa di ottantasette minuti divisi in due tempi.

12) La regola segreta 12, se applicata, abolisce tutte le precedenti.

13) È permessa la sostituzione di un giocatore solo quando i lividi e le croste occupino più del sessanta per cento delle gambe.

14) Si possono sostituire tutti i giocatori indicati nella lista di convocazione tranne il capitano. I nuovi giocatori dovranno però essere elementi notoriamente degni dello spirito della pallastrada.

Si raccomanda la massima puntualità e l’assoluta segretezza.
Vi aspettiamo, ragazzi!

Non Aprite Quella Porta

Sempre lo stesso ritornello, ogni cazzo di volta che suono a quella porta.
- Perché sei qui?
- Non mi avevi detto che non saresti più ripassato?
- Cosa ti spinge ogni volta a tornare?

Vagliela tu a raccontare la verità.
Valle a spiegare come stanno esattamente le cose.
Amore, quando ci sono le domeniche ecologiche ed io non posso prendere la macchina, esco a fare due passi.
Ecco, tu abiti esattamente a cinquanta metri da casa mia.
Proprio sopra l’edicola da cui compro la Gazza.

Style

Vorrei poltrire in una camera d’albergo.
Sdraiarmi sopra un divano sudicio, ordinando Jack Daniel’s, fumando sigarette fatte a mano.
Guardare fuori da una finestra e pensare che no, non è il giorno giusto.
Essere usato al bisogno.

Ciao

Si può non adorare Msn messenger? Appunto.
Dopo quanti minuti o frasi scritte si può iniziare a chiedere insistentemente la foto?
Dopo quante foto normali, quella ignuda?
Se è un ciospo come fare a sbolognarla?
E che dire di quando chatti con una new entry e come per magilla, senza alcun preavviso, ti appare il messaggino recante scritta: la troia ha un cam, approfittane, sveltooo.
Oddio più o meno, ma il senso è quello.

Càpitano giorni in cui sei online per dodici ore e nessuno ti si fila di pezza, altre volte, ti si aprono otto finestre al minuto.
La prima frase in una chattata è spesso decisiva.

Se il tuo esordio è un semplice “ciao“, vuol dire che infondo non hai troppa voglia di chiacchiere e speri sia lui/lei a tirar fuori qualcosa di cui sparlare.
Il più complesso “come stai?” mi perplime. Tengono alla mia salute, vogliono essere aggiornati di ogni minimo sbalzo pressorio o sapere, se alla fine, quel brufolo sul naso (curato con le zigulì) è andato via. Qui, anzichè la domanda, a fare la differenza è la risposta. Se proprio non hai tempo, rispondi soltanto “bene“, “molto bene” o “mai avuto carie in vita mia“; lui/lei rilancia con un “ah mi fa piacere” e la conversazione muore. Se sei attanagliato dalla solitudine, un “come stai?” ti risolve la giornata. Parti da tutta una serie di malattie esantematiche avute da bambino, ti lanci nella descrizione minuziosa dei tre giorni di visita militare e concludi col racconto dell’ultimo ricovero dove, inaspettatamente, ti hanno diagnosticato una forma incurabile di cimurro.

Altre intro molto abusate sono:
“Salve”
“Buongiorno”
“Buongiorgio”
“Che fai di bello?”
“Ti ricordi di me?”
“Ehi, ho scritto un nuovo post, vieni e commentalo”
“Scusa ma tu chi sei?”
“Ho voglia”
“Non ho voglia, ho già dato”
“Che cazzo vuoi?” (Segue serie infinita di gif minatorie)

Sorprendi il tuo interlocutore con qualcosa di nuovo:
“Hai qualche taspito anche se per tua conoscenza”
“Ehh?”
“Ngulaaa!!!”

“Che cosa ti piace di più dell’estate, o il mare?” (Summer version)
“Che cosa ti piace di più dell’inverno, o la neve?” (Winter version)

Detto ciò, io alla fine mi rompo i coglioni a chattare.
Dico davvero.
Proprio ieri mentre chiacchieravo amabilmente, mi sento dire:
“Quando chatto con te, le cose che apprezzo di più, sono le pause”
Son cose, signora mia.

Re Magi

A Natale la mamma faceva il tacchino. Un’imitazione di merda.”
A me ha sempre fatto molto ridere, soprattutto da quando l’ho effettivamente capìta.

Oh che bello.
Fra qualche giorno arriveranno i Re Magi a dorso di mulo e, come al solito, fingendo stupore, anche sto giro non mi porteranno un cazzo, niente regali.
Giustificheranno l’assenza del pacco dono, tacciandomi d’esser stato un bambino cattivo.
Li immagino già, con l’indice puntato verso di me.
Io? Cattivo? Naaa. Stronzi! Tutti e tre.

Anzi, ditemi un po’, perché siete in tre?
Gaspare, Melchiorre e il Dottor Balanzone.
Tre, numero perfetto. Come i Police.
Non rispondete? Stronzi! Voi e i Police.

Ed è in questo clima da zucchero a velo che mi tornano in mente le immagini di Me bambino mentre aspetto di ricevere il regalo di Natale.
Prima del magic moment giocattolifero, uno dei miei genitori, solitamente quello più stronzo, nelle vesti di arbitro severo ma imparziale, mi chiedeva beota: “Sei stato buono durante l’anno? Hai fatto il bravo?”.
Cazzo gli vuoi rispondere ad uno/a così?
Certo che sono stato bravo.
Ho quattro anni io. Ho un puzzle incompleto al posto dei denti e vesto come un decerebrato, ma sono stato buono. Probabilmente.

Mentre sognavo lunghe distese di piste polistil o ettari di lego da costruire, arrivava puntualmente, un cazzo di gioco da tavolo (Il pranzo è servito, Monopoli, Indovina Chi), fonte di tristezza e depressione dei mesi a venire. Anche un’albicocca, figuriamoci un padre,  può legittimamente sospettare che, regalare un gioco da tavolo, ad un bambino, tendenzialmente solitario ed asociale ma soprattutto figlio unico, non è propriamente un’idea brillante.
Razza strana i genitori.
Ti mettono al mondo e poi passano i successivi dieci anni a tentare di picchiarti con delle armi in legno, originariamente nate per assaggiare il ragù.
Tu non puoi far altro che cercare di schivare i colpi.

Ogni giorno un genitore si sveglia e sa che dovrà correre più di un figlio.
Ogni giorno un figlio si sveglia e sa che dovrà correre più di un genitore.
Non importa che tu sia genitore o figlio.
Comincia a correre.

Ecco perché io non ho nessuna aspirazione a diventare, un giorno, genitore.
Se è per questo non mi sento portato nemmeno per il ruolo di figlio, ma su questo c’era oggettivamente poca possibilità di scelta.
Visto che non voglio fare il papà e nemmeno la mamma, non mi dona la gonna, mi impegno per passare direttamente dal via, ritirare le 20mila lire ed entrare trionfante nella categoria dei nonni.
Sono sicuro che con un po’ di allenamento posso farcela.

Ma alla fine, secondo te, se esprimo un desiderio, poi si avvera?
Buon Natale.

Il Pokerista

il_pokerista

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Possiede tutti gli strumenti indispensabili per iniziare la sua lunga ed esaltante cavalcata.
Caraffa di chinotto ghiacciato, i Jamiroquai in loop e sto cazzo di nuovo pacchetto in metallo delle Marlboro che, quando lo apri, ti stupisci di non trovarci dentro nemmeno un filetto di sardina sott’olio.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Le prime volte faceva un po’ di confusione, era impacciato o molto più semplicemente non aveva capito un cazzo.
Settimane di intensi rendez-vous col mago Silvan per imparare a maneggiare le carte con cura e carpirne trucchi e segreti.
Una volta, nella manica, ci nascose il settebello, buono per fare la primiera.
Scoperto, fu rinchiuso per qualche tempo nelle segrete e rilasciato su cauzione, dopo aver insegnato a detenuti e secondini l’abile arte dell’assopigliatutto.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Sublima carenze affettive, incontrandosi con gente di tutto il mondo, in maggioranza, guerrafondai americani.
Per l’occasione sfoggia il vestito buono, quello che conserva in armadio per grandi eventi mondani.
Ha il solito dannato problema con l’inglese.
Con un po’ di pratica ha imparato ad interagire con gli avversari e prima di iniziare la partita, si lancia libero in un “good luck for all”.
Gli altri lo guardano, dapprima confusi, poi in progressione partono applausi convinti.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Ha notato che i suoi compagni di viaggio sono tutti di pelle bianca, ci pensa e ci ripensa, ma qualcosa non torna.
L’unico colorato è il tizio in piedi che distribuisce distrattamente le carte.
Gli amici, ma solo quelli con una sotto-cultura borghese, lo chiamano confidenzialmente Otello.
Lui abbozza un mezzo sorriso, fa finta di parlare, poi non dice niente e torna cupo a ridistribuire le carte.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Il torneo è cominciato.
Migliaia di persone sedute in tondo attorno ad un tavolo di marzapane, spizzano carte e pregano santini.
Lo schermo in pollici trasuda tensione.
Passa un’ora, poi una e ancora una.
Il vostro affezionatissimo, arriva al tavolo finale, sfidando i più grandi bari di tutto il mondo.

Quando tutto sembra volgere al bene, una morte rapida e violenta per mano di una coppia di assi pone fine al sogno, alla gloria eterna e ad una montagna di soldi (finti).
Senza più quasi una sola autentica ragione di vita, saluta i compagni di merende “Thank You” (applausi), slaccia la cravatta di pixel e si allontana a passo lento dalla sala.

La Notte

Notte.
Sono le quattro.
Primi pensieri: ho fame, devo pisciare.
Sensazione d’appagamento e di inquietudine.
Tutto buio, in casa e fuori.
Festival di sveglie, bimbi urlanti, genitori in ritardo, notizie flash del tg5, esploderanno di colpo solo tra qualche ora.
Adesso è pace, pare.

Accendo la prima sigaretta del giorno o l’ultima della notte.
Ho dormito? Se si, quanto?
Ma soprattutto, perché?
Anche stavolta mi sono addormentato tutto vestito.
Amo le cose vissute.
La bellezza di una maglia “storta” non ha eguali.
Certo cambiarsi le mutande di tanto in tanto aiuterebbe.
Devo capire perché, le cose a cui voglio più bene, sono stranamente tutte accomunate da una macchia di sugo.
Dovrebbero essere così anche gli esseri umani.
Affettuosi e al sugo.

Le storie finiscono 10 secondi dopo essere venuti.
Mentre lo penso mi sento ipocrita, ma solo di pomeriggio, non adesso.
Ne ho voglia e lo preparo.
Ho due macchinette per fare il caffè e sono entrambe da una “tazza”.
La solitudine si coglie nelle sfumature.

Mi viene in mente, sai quei programmi in tibbux?
Si, quelli dove tu passeggi e qualcuno ti minaccia con un microfono e ti chiede di rispondere a domande senza senso.
Si lo so che non passeggio, non lo faccio dal ’56, era per dire.
“Buongiorno oggi siamo a Bergamo e chiediamo alla gente se preferette il presepe o l’albero di Natale”.
Ecco io a volte mi sento così, come uno di Bergamo a cui fanno domande sceme. Preferette.

Della mia vita non faccio bilanci, ho smesso di avere l’ansia di condividere per forza le cose e se proprio devo pensare alla morte, beh, sarà il medico legale che tirerà le somme.

Il Milite Ignoto

Anni e anni e anni fa, il vostro affezionatissimo fu chiamato dalla madre patria a svolgere, con orgoglio, il ruolo di soldato nella gloriosa marina militare italiana.

Fassbinder alla marinara, lo so, non ci si crede.
Carinissimo, uno sbuffo d’uomo immerso in una divisa bianca di otto taglie più grande.
Hai presente “ufficiale e gentiluomo”?
Ecco, fai conto un riciard gir solo un po’ più goffo e con marcate tonalità pugliesi.
Dopo appena 48 ore di naia, il simpatico saltimbanco che vi riempie d’allegria i byte, viene smistato al suo nuovo reparto di competenza, dove per i successivi dieci mesi, avrebbe passato le giornate impreziosendole di sana pigrizia.

La mansione ufficiale del nostro rampante soldatino:
“Aggregato alla Cappella”
Il primo che ride, lo sbatto fuori.
Aggregato sta per aiutante.
Alla sta per alla.
Cappella sta per piccola chiesetta.

Il cappellano militare era sempre via per qualche faccenda, voci di quartiere lo davano in spericolate missioni di guerra o nascosto sotto qualche sottana di minorenne ninfomane. Tutta la responsabilità dell’accrocchio catecumeno era quindi sulle esili spalle del nostro adorato.
Chi meglio di lui?
Appunto!

A Fassbinder poteri illimitati e un ufficio da top manager.
A sua disposizione:
Un loculo di quattro metri quadri in un umido sottoscala.
Una chiave per aprire la serratura della topaia con simpatico portachiavi raffigurante il Cristo mentre tenta, non riuscendoci, l’imitazione dell’uomo vitruviano.
All’interno della cripta, in ordine sparso, troviamo:
Un tavolo.
Un abat-jour con lampadina mancante.
Un telefono color verde militare con pulsante rosso per scatenare conflitti atomici.
Tre sedie di numero di cui due con complessi problemi di stabilità.
Due quadri alle pareti, in una il ritratto ad olio (di ricino) del Duce, nell’altra, un Padre Pio in quattro versioni pop-art stile Andy Warhol.
In ultimo, una capiente libreria piena di testi sacri, vecchi manoscritti benedettini e la collezione completa dell’Intrepido.

Le giornate scorrevano lievi, il vostro full metal jacket apriva l’ufficio situato di fianco la chiesetta, si stravaccava sulla comoda sedia in ferro battuto, allungava i piedi sulla scrivania e si apprestava a tuffarsi nei colori rosei della Gazzetta dello Sport.
Che pace. Che palle.
Sempre così, tutti i santissimi giorni.

A volte però questa quiete innaturale veniva turbata dalle più svariate sciagure:

1) La telefonata semplicelivello di allerta “Alfa”
Il telefono squilla, Fassbinder colto di sorpresa cade dalle gradinate appallottolandosi nelle pagine della Gazza, si rialza a fatica, rutta, e poi, fiero, risponde al telefono.
- Pronto?
- Pronto, si, c’è Padre Alvaro?
- No guardi, in questo momento non c’è
- Lei chi è, mi scusi
- Sono (sigh) l’aggregato alla cappella
- Chiii?
- La perpetua
- Va bene, richiamerò, buongiorno

2) La telefonata compostalivello di allerta “Bravo”
Il telefono squilla, Fassbinder colto di sorpresa cade dalle gradinate appallottolandosi nelle pagine della Gazza, si rialza a fatica, rutta, si aggiusta le mutande e poi, fiero, risponde al telefono.
- Pronto?
- Pronto, si, c’è Padre Alvaro?
- No guardi, in questo momento non c’è
- Sai dirmi dove lo posso trovare?
- Non me l’ha comunicato, mi spiace
- Devo parlargli con la massima urgenza
- Davvero, sono costernato, se vuole posso lasciargli un appunto
- Resti in linea, le passo il Santo Padre

3) La Messa domenicalelivello di allerta “Charlie”
Preceduto da un coro di angeli, Padre Alvaro fa capolino nell’ufficio e come fosse un orologio umano, allarga le braccia a mo’ di dieci e dieci.
- Come va figliuolo?
Fassbinder si genuflette servile e bacia l’anello pastorale.
- Domani è domenica, c’è la Santa Messa, ho proprio bisogno del tuo aiuto per celebrare la funzione
Il novello chierichetto stramazza al suolo colto da improvviso arresto cardiaco.
Tre anni più tardi, Papa Wojtyla, davanti ad una folla oceanica,  lo proclamerà beato.

4) L’incontro col malignolivello di allerta “Delta”
Preceduto da un coro di angeli, Padre Alvaro fa capolino nell’ufficio e come fosse un orologio umano, allarga le braccia a mo’ di dieci e dieci.
- Come va figliuolo?
Fassbinder si genuflette servile e bacia l’anello pastorale.
- Volevo presentarti questo giovine, si chiama Belial, vuole conoscerti
Sorridendo, Padre Alvaro, evapora all’istante.
L’apostolo Fassbinder e il tenebroso sconosciuto si fronteggiano, gli sguardi in cagnesco sono sottolineati dalle inconfondibili melodie di Morricone.
- Allora, come va? Ho sentito che volevi parlarm …
- Sono il maligno e voglio la tua anima
- Aaarrgghh! Che cazzo di voce c’hai?
- Sono Belial, Signore incontrastato del regno del male
- Molto piacere, io sono Fassbinder, Aggregato alla Cappella
- Aahahahaha alla Cappella
- Cazzo ridi pirla!
- Voglio la tua anima, deve essere mia e la voglio subito
- Guardi buonuomo, io avrei tante cose da fare, non possiamo rimandare?
- Come osi parlarmi in questo modo, coniglio!
A queste parole, Fassbinder estrae un paletto di frassino e lo conficca con violenza nel cuore del malcapitato.
- Ma .. ma .. ma io sono un diavolo mica un vampiro
- Non si offenda ma qui il post sta diventando infinito, può morire nei prossimi tre righi?
Gravemente ferito nel corpo e umiliato nello spirito il Diavolo si accomiata dalla vita recitando sommessamente una nenia.
Nella tua trappola ci son caduto anch’io, avanti il prossimo gli lascio il posto mio.

Saverio

Saverio ha ottantanni, portati, tra l’altro, malissimo.
E’ basso, magro, gambe come due stuzzicadenti e i suoi occhi, ormai stanchi, riescono a distinguere solo alcune sfocate figure.
L’arteriosclerosi lo divora ogni giorno di più.
Ha già avuto due infarti ed ha una cicatrice lunghissima, di cui ho solo colto l’inizio, con le sue pareti rossastre e irregolari.
Il suo cuore e la sua vita vanno, di pari passo, spegnendosi inesorabilmente.

Saverio ha casa in un reparto di cardiologia.
Fuori da quelle mura, morirebbe.
Ha il letto numero sette, come le lettere che compongono il suo nome.
E’ la mascotte del secondo piano.
Malati e visitatori occasionali, ne restano irrimediabilmente affascinati.
I medici, al contrario, lo ignorano e gli infermieri non accorrono più quando suona il campanelletto delle emergenze.
Anche i figli non se lo cagano di pezza, aspettano solo la sua morte per vendere i terreni e dividersi equamente il bottino.
Una rapina legalizzata.

Saverio ha degli sbalzi d’umore che ti fanno impallidire.
Piange silente o ti rompe ossessivamente i coglioni con la sua parlantina.

Quando è allegro e sorridente, ha una vivacità come quella di un bambino che ha appena scoperto di riuscire a camminare da solo.
Ti viene vicino, ti racconta tutti i cazzi della sua vita e tu lì, impalato fisso ad ascoltarlo. Anche se non vuoi.
Lui parla e tutt’attorno si forma un capannello di gente incuriosita.
Gli anni della guerra, il lavoro nelle acciaierie della città, tutta una serie di malanni che, da soli, riempirebbero tre pagine dell’enciclopedia medica.
Racconta e sorride, alle volte sputa, ma non credo se ne sia mai accorto.
Ti addormenti la notte con la sua voce flebile nelle orecchie, ti risvegli al mattino e lui è ancora lì, sulla sedia che ti racconta qualcosa.
La sua vita non contempla la pausa pubblicitaria.

Quando è triste, guarda un punto imprecisato della stanza ed inizia a lacrimare, senza dire una parola.
Pochi mesi fa era tutto laborioso nel preparare un viaggio per festeggiare i suoi prossimi cinquantanni di matrimonio.
Voleva fare una sorpresa alla moglie, onesta casalinga e sfornatrice di figli a ciclo continuo.
Avrebbero preso l’aereo per la prima volta nella loro vita.
Un evento, insomma, per una coppietta di quell’età.
Destino cinico e beffardo ha voluto che, il giorno della partenza, l’adorata compagna di una vita, proprio quella mattina, non si sia più risvegliata.
Il freddo bollettino medico recitava: decesso per cause naturali.
Una serena morte nel sonno, diremmo noi, meno tecnici.
Vaglielo a spiegare a Saverio una roba del genere.

Saverio è analfabeta e scrive poesie.
Si è proprio così, giuro.
Da piccolo è andato a scuola come tutti, ma non era molto bravo, infatti ha ripetuto per tre anni la prima elementare e per altri tre, la seconda, poi il padre s’è rotto i coglioni e se l’è portato a lavorare nei campi.
Firma sempre e solo con una “X”, quando, s’intende, la sua mano riesce per qualche secondo a stare ferma e a non balbettare.
Saverio è analfabeta e scrive poesie.
Io odio le poesie, le trovo un inutile esercizio di stile.
Non mi piace Neruda, non mi piace Leopardi, non mi piace Prévert.
Le poesie di Saverio mi piacciono ancora di meno.
E’ negato per la poesia, ma nessuno, proprio nessuno ha il coraggio di dirglielo, nemmeno sottovoce.
Saverio è analfabeta e scrive poesie.

Quando Saverio si avvicina e mi chiede, timido, se ho cinque minuti liberi, è il caso di iniziare a preoccuparsi.
Mi prende per mano e mi ciabatta lento in direzione del primo tavolino libero e a disposizione.
Mi fa sedere, si assicura che io stia comodo e mi ridomanda, speranzoso, se davvero io abbia o meno quei cinque minuti liberi che prima assicuravo di avere.
Si allontana un attimo, va a prendere un foglio di carta grandissimo, una penna e mi si siede accanto, vicinissimo.
<<Sei pronto?>>
Rispondo di si e allargo un sorriso tra il tenero e lo stupito.
<<Allora iniziamo?>>
Lui detta e io scrivo.

Ho messo su carta tutti i suoi pensieri, ininterrottamente per tre ore.
“Amore mio, di quando sei andata via, la mia vita ha perso il sole e la luge”
“Stanotte ti ho sognata, eri qui agganto a me e i tuoi baci profumaveno di fracola”
“Lo so che mi proteggi e mi guardi di lassù, ma se ti penzo ci sono solo lacrime oramai”
Saverio è una mitraglia e giuro faccio fatica a stargli dietro con la penna.
Lo fermo, gli faccio ripetere l’ultimo pezzo, poi riprendo a macinare con la bic sul foglio di carta ormai saturo.
Lo correggo senza dirglielo, ogni tanto mi sorride e mi incita a mettere una frase che piace a me.
Si alza e va a pisciare e resto li con la penna a mezz’aria, pensoso, mentre cerco di trovare la quartina più bella della mia vita.
Cazzo, il tempo si ferma. Silenzio.

Torna dal cesso, si rimette seduto e mi guarda o almeno tenta di farlo, devo apparirgli come un’ombra anche se sono a mezzo metro di distanza.
Fa una smorfia, prende coraggio e poi domanda:
<<Ma tu cosa ci fai qui? Sei così giovane. Stai male? Cos’hai?>>
<<Non lo so, Saverio, credimi, non me lo ricordo più>>

Lo Stereo

Cattivi presagi.
Il vicino di casa continua a battere ossessivamente i pugni contro il muro.
Ho lo stereo acceso, da un paio d’ore, a tutto volume.
Probabilmente gli rompo i coglioni.
E’ notte, sicuramente vorrà dormire.
Domani, lui, lavora.

Qualcosa però non torna.
La musica, non c’è.