E Ti Vengo A Cercare

E trovarmi di notte, a girare come un pazzo pensando a te.
Ripercorrendo con la mente tutta la strada fatta insieme.
I ricordi si fanno sempre più confusi.
E passare di fronte a quel bar, sperando di vederti.

Ti cerco in ogni angolo della mia memoria.
E ad un tratto mi pare di scorgerti, lontano, in mezzo alle altre.
Ancora un altro abbaglio e poi il vuoto dentro me.
Ma dove cazzo ho parcheggiato?

General Hospital

Quando mi annoio e non so cosa fare, vado al Pronto Soccorso.
Ogni volta mi invento dei sintomi diversi, solo per passare il pomeriggio.
Mi distendo sul lettino e mi faccio visitare.

Dottore: Che problema ha?
Fass: Faccio gli stronzi come fossero bastoncini Findus
Dottore: Rettangolari?
Fass: No, con una croccante panatura

Il medico annota qualcosa su un taccuino.

Dottore: Non dovrebbe essere nulla di grave ma per maggiore sicurezza la ricoveriamo
Fass: In che reparto?
Dottore: Surgelati

Il Buco

Le infilai delicatamente due dita nell’orifizio.
Inizialmente sapevo di non provocarle piacere, anzi, ma piano piano le pareti divenivano più umide ed era tutto più facile, almeno per me.
Si lamentava, emetteva deboli suoni incomprensibili.
Cominciai ad andare in profondità, sempre di più.
Volevo farla star bene.
Ormai le mie falangi erano dentro di lei, in tutta la loro lunghezza.
Finalmente vomitò.

Arrivederci Panzon

Panzon si è messo il vestito migliore ed è pronto a varcare la soglia per abbracciare la piccola.
Anche questa volta però, il suo girovita è incredibilmente esuberante ed un abbraccio incompleto è solo un abbraccio mancato.
Quando sarà abbastanza forte da rinunciare al secondo, per un abbraccio degno di questo nome?
Riempie lo stomaco per riempire l’anima, Panzon.

La piccola, d’altro canto, è una carogna schifiltosa.
Ultima al campionato mondiale d’apnea in appartamento, e la pancia di Panzon è davvero un buon alibi per lei.
Lo vede una volta l’anno, solo se l’anno è dispari, e non riesce nemmeno a far finta che il suo alito non sappia di tropici, così caldo e umido com’è.
Uno spiffero all’aroma di cotone, carta, tabacco e gas butano.
Così trattiene il respiro finché può, per poi lasciar la presa e correre sul balcone in cerca di un odore qualsiasi che non sia quello di Panzon.

Quando crescerà? Le piace restare piccola. L’infanzia è così comoda.

Nella migliore delle ipotesi un giorno Panzon, tirando su da una sigaretta, prenderà il volo, come una di quelle mongolfiere colorate a Chateau D’Oex.
Lei lo guarderà salire sempre più in alto.
Leggero e sottile come non lo è stato mai.
E qualcuno finalmente lo saluterà, bellissimo, nell’abito migliore.
Arrivederci Panzon.

Towanda

Le fissavo le spalle, spostavo lo sguardo sulla pancia fissa, poi le mani fisse, le cosce fisse. Non mi andava di guardarla in faccia, perché non avevo mai visto la sua faccia fissa prima d’ora, e penso che quella sarebbe stata l’idea che mi avrebbe turbato di più, a parte tutto il resto, ovviamente.

Avrei voluto toccarla in quel momento, perché non avevo mai avuto tempo prima di sentire di che grana fosse fatta. Pelle dura, non avevo dubbi, pelle che non lascia passare, che riverbera, una pelle vincente.
Quello che c’era sotto, però, lo conoscevo bene, perché era stato anche mio, e naturalmente non avrei svelato mai niente a nessuno, gelosa del suo spirito. Adesso gliel’avrei preso in prestito, l’avrei conservato insieme al mio, e visto che gli spiriti si mescolano, la vita sarebbe stata davvero puttana.

Pensavo a lei che non aveva pensieri. Non aveva vita, e nemmeno sapeva più cosa fosse la vita. Cos’è il dolore, chi sono i beatles, il cacao, la polluzione, cos’è l’amore, cos’è la morte.
E mi convincevo sempre di più che quel funerale fosse il mio, che ancora sapevo che cosa fosse, un funerale.

Con due anime non ero più sola, almeno finché arrivò una vecchia in lacrime, che strappò fuori la mia per qualche minuto.
La vecchia si chiedeva dove andasse a finire il mondo e io le risposi in una bara, così lei grugnì nel fazzoletto ancora più forte. Le dissi che Towanda non era morta per le sigarette, ma che l’aveva uccisa la vita, perché è così che funziona per tutti noi.
Poi le chiesi se avrebbe pianto così tanto se la nostra amica se ne fosse andata, per non tornare, a Katmandu invece che al cimitero, e lei rispose nell’unico modo che conosceva: un borbottio.

Già, continuai, questo è il nostro funerale. Un funerale lo organizza chi rimane per chi rimane. Piangiamo le nostre paure, piangiamo quel che non abbiamo detto, piangiamo perché i se diventano mai più.

E mentre sentivo la verità pugnalarmi alla schiena decisi di andare via, a Katmandu, così nessuno avrebbe mai pianto per me, per loro non sarei mai morta.

La Mia Strada

Da piccola credevo che il luogo migliore per nascondersi dovesse essere lontano, piccolo, difficile da raggiungere.
Magari molto in alto, o molto in basso.
Doveva essere silenzioso, anonimo.

Oggi passeggio su un marciapiede di una grande città, e non mi sono mai sentita tanto sola, trasparente.
Qualcuno mi spinge, qualcuno mi impedisce di seguire il percorso -l’unico- che avevo in programma.
Devo fermarmi, decidere se passare a destra o a sinistra.
Devo guardare per terra, dove metto i piedi.
Per loro è tutto così normale. Toccare una spalla, andare dritto.
Avere sempre qualcuno accanto, così vicino col respiro, ma così lontano col pensiero.
Loro sono quella strada. Sono la sua anima, il suo battito.
Si muovono insieme, respirano insieme.
Poi un semaforo e un colpo di tosse. L’imbarazzo della staticità, l’angoscia di una pausa.
L’impazienza di camminare ancora, a tempo.

Io qui ci vengo per nascondermi.
Loro sono così diversi da me, sempre così pronti. Come se fosse facile.
Il mio cammino, invece, singhiozza.

L’Insostenibile Pesantezza Del Dormire

Non è il dormire in se che non sopporto, ma il fatto che prima o poi bisogna farlo e altrettanto ineluttabilmente, prima o poi ci si debba anche risvegliare.

E’ questa alternanza che mi snerva.
Ogni mattina è come ripartire da zero: uscire forzatamente dal caldo ventre del sogno, liberarsi, con uno sforzo immane, dalla placenta di lana e plaid, acqua gelida per lavarsi via i resti di sangue, liquido amniotico, bava rafferma e detriti della lacrimazione notturna.

Poi ancora freddo, parecchio freddo e una passeggiata lunare, a piedi scalzi, fino alla cucina, con la faccia storta e le gambe anestetizzate, sperando che la prima poppata di caffè ti scuota il cervello.
Una boccata d’aria catramata per liberare i polmoni che fischiano come un mantice, ma il rincoglionimento rimane.

L’attività celebrale di un crash test dummie, l’aspetto di un itterico, la percezione di se di una pallina da ping-pong, vagare lungo percorsi prestabiliti e salvàti in memoria da un mio alter ego più vivace, aspettando che il sangue si decida ad irrorare anche i capillari più profondi, per poter interagire finalmente con quel gran varieté che mi scorre attorno.

Ma quando inizi a ricordare le regole del gioco e senti i pensieri che fluiscono caldi e rapidi, quando gli Shellito iniziano a suonarti anche nello stomaco e senti nel collo la forza dei prigioni, in quel momento ritorna.

Morfeo, figlio di una cagna, cazzo ci fai già qui?
Adesso che iniziavo a prenderci gusto!
Ti accompagnerei a calci sino alle soglie dell’Olimpo, se solo non avessi addosso una strana sensazione, un vago senso di offuscamento, una voglia irrefrenabile di mettermi a dormire.
Fino a domani.

In Morte Del Cugino Mario

Il cugino Mario è morto.
Il cugino Mario aveva un blog.
Queste sono le uniche informazioni importanti della sua vita.

Il cugino Mario, tempo fa, emulandomi, aveva deciso di aprire un blog.
Dopo aver scartato varie ipotesi, aveva deciso di aprirlo su IoBloggo.
Una piattaforma bellissima, se decidi di non avere visite.

Un tipo egocentrico il cugino Mario.
Talmente vanesio da specchiarsi in qualsiasi oggetto riflettesse la sua immagine.
Da quando aveva un blog, era anche notevolmente peggiorato.
Riusciva ad ammiccare persino davanti al monitor.
Tra gli amici del bar era affettuosamente soprannominato: narcilink.

Il cugino Mario amava le donne.
Le donne non amavano il cugino Mario.
Aveva avuto delle storie, come tutti, ma non duravano.
Soleva ripetere: “per ogni uomo ci sono sette donne. Le mie devono essere morte.”
Era un inguaribile ottimista il cugino Mario.

Il cugino Mario era un comunista vecchio stampo.
Sempre dalla parte dei più deboli, sempre dalla parte dei lavoratori.
Da quando aveva il blog, la sua visione del sociale si era notevolmente ampliata.
Durante le manifestazioni dei metalmeccanici, nelle pagine del suo blog, non di rado, si potevano leggere cose come questa.
<<Quarta giornata di sciopero del blog. Chi vi parla è stato autorizzato da se stesso. I post verranno scritti in forma ridotta e senza immagini da YouTube.>>

Il cugino Mario amava anche il rock.
Come i suoi idoli, sognava una fine rocambolesca.
Annegato in piscina come Brian Jones.
Soffocato dal suo stesso vomito come Jimi Hendrix.
Anche se la massima aspirazione, credo fosse morire come Michael Hutchence durante una pippa.
Da quando aveva un blog, voleva una morte da vero blogger.
Il destino lo prese in parola.
Mentre si aggirava tra le pagine del suo blog, venne travolto dal crollo improvviso dell’archivio.
Il suo corpo rimase schiacciato dal peso di tutti quei post ormai polverosi.
Sul letto di morte, di fianco alla salma, un pop-up per i commenti degli intervenuti.

Il cugino Mario non credeva in Dio. Era Ateo.
Assolsero alle sue ultime volontà testamentarie.
“Quando sarò morto voglio che i miei link vengano sparsi nell’oceano.”

Era un brav’uomo il cugino Mario.

Andiamo Al Cinema

Personaggi ed Interpreti
Lui nella parte di Lui
Lei nella parte di Lei
L’Appendice nel doppio ruolo di amica di Lei e amante di Lui
Io nel ruolo di Io

La Trama
Insomma c’è questa coppia che sta insieme da un po’.
A turbare questa unione indissolubile, tempo dopo, si aggiunge un’Appendice femminile che scopa con Lui e diventa amica e confidente di Lei.
Principalmente scopa con Lui.
Lei è felice. Ha un amore ed ora anche un’amica.
Lui, come tutti i maschietti, dapprima si vanta al bar, poi si pente e vive nel rimorso ed infine cerca un killer professionista per far fuori l’Appendice, diventata nel frattempo opprimente e sessualmente irrefrenabile.
Lui si sente atleticamente spompato dal doppio rapporto.
(Sì, voleva essere una tenera allusione).
(Ogni volta che scrivo: “voleva essere”, mi vengo in mente da solo!).

Qui entra in scena il vostro affezionatissimo.
Che sarei Io (nella parte di Io).
Il piano è questo.

Lui telefona ad Io (è surreale lo so) e lo invita a cena, dove ci saranno anche Lei e l’Appendice (nel ruolo di amica).
Lui vuole/spera che Io faccia colpo sull’Appendice, la faccia innamorare e gliela tolga dai coglioni.

Intervallo e Pubblicità
Inserite questo blog tra i vostri link preferiti.
Da Ciccio. Tutto a mille lire.

Secondo Tempo
E’ pronta la cena. Tutti a tavolaaa.
Io conversa amabilmente con l’Appendice, la fa bere e la riempie di complimenti.
L’Appendice ignora sia Io che Lei e scambia teneri sguardi furtivi con Lui.
Lei ha cucinato una parmigiana di melanzane che è una mezza merda.
Lei ride e scherza con Io in modo insolito e allusivo.
Io inizia a preoccuparsi.
Lui, sotto il tavolo, tiene la mano sia a Lei che all’Appendice.
Lui si alza spesso da tavola per andare a bagnarsi le mani ormai cotte.
Lei non sa cucinare, la prossima volta li porto in pizzeria.

Il Colpo di Scena
L’Appendice ormai completamente assuefatta dal vino, bacia a tradimento Lui.
Lui, tra un bacio e l’altro, tenta di vedere i gol alla Domenica Sportiva.
Contemporaneamente, Lei ed Io sono in disparte, in cucina.
Lei ormai completamente assuefatta dal vino, bacia a tradimento Io.
Io assapora il bacio e ne deduce che sa di tappo.

Il Finale
Lui e Lei sono abbracciati davanti alla porta di casa e salutano L’Appendice ed Io già in macchina e pronti a partire.
Io accompagna a casa l’Appendice.
Io si fa pagare 12 euro per la corsa e le applica la tariffa notturna.
L’Appendice lascia 3 euro di mancia.
Lui e Lei quella notte si ameranno con ritrovata intensità.
L’assassino è il maggiordomo.

Smetto Quando Voglio

Tu sei Fassbinder? Il blogger?
Proprio lui. In carne e mouse.

Come Lazzaro, solo più pigro ed indolente e per tutta una serie di ragioni, non imputabili al sottoscritto, questo blog assurge a nuova vita.

In verità, avrei voluto riaprire molto prima, cari affezionatissimi, ma non mi è stato proprio possibile.
Il destino cinico e beffardo ha voluto che, nel medesimo periodo, io e il mio socio (di minoranza) di blog, ArabStrap, avessimo entrambi un serio problema di salute.

Per quasi due mesi sono stato impossibilitato ad usare il braccio destro.
Nello specifico, era la mano ad avere le difficoltà maggiori.
Stringere qualcosa mi era diventato impossibile.
Ho provato ad imparare a scrivere con la sinistra, ma non essendo abituato a farlo ho dovuto desistere poco dopo.

Ad Arab è andata decisamente peggio.
Da un giorno all’altro, senza un apparente motivo, ha iniziato ad accusare seri problemi alla vista.
E’ andato gradualmente peggiorando, senza che i medici riuscissero a capirci qualcosa, ed ora, mi duole dirlo, è praticamente cieco.

In questi lunghi ed interminabili giorni di assenza, io ed Arab abbiamo avuto modo di parlare spesso.
Ci siamo confrontati, incoraggiati l’un l’altro ed abbiamo pensato che riaprire il blog potesse in qualche modo alleviare le nostre rispettive sofferenze.

Grazie ad estenuanti ed intense sedute di fisioterapia ho riacquistato l’uso quasi totale dell’arto offeso.
Arab ed il suo pastore tedesco hanno raggiunto un’intesa invidiabile e seguono il blog in versione braille.

Noi oramai non possiamo più goderne, ma se qualcuno volesse raccontarci di cosa trattano gli ultimi video inseriti, beh gliene saremmo eternamente grati.