Arrivederci Panzon

Panzon si è messo il vestito migliore ed è pronto a varcare la soglia per abbracciare la piccola.
Anche questa volta però, il suo girovita è incredibilmente esuberante ed un abbraccio incompleto è solo un abbraccio mancato.
Quando sarà abbastanza forte da rinunciare al secondo, per un abbraccio degno di questo nome?
Riempie lo stomaco per riempire l’anima, Panzon.

La piccola, d’altro canto, è una carogna schifiltosa.
Ultima al campionato mondiale d’apnea in appartamento, e la pancia di Panzon è davvero un buon alibi per lei.
Lo vede una volta l’anno, solo se l’anno è dispari, e non riesce nemmeno a far finta che il suo alito non sappia di tropici, così caldo e umido com’è.
Uno spiffero all’aroma di cotone, carta, tabacco e gas butano.
Così trattiene il respiro finché può, per poi lasciar la presa e correre sul balcone in cerca di un odore qualsiasi che non sia quello di Panzon.

Quando crescerà? Le piace restare piccola. L’infanzia è così comoda.

Nella migliore delle ipotesi un giorno Panzon, tirando su da una sigaretta, prenderà il volo, come una di quelle mongolfiere colorate a Chateau D’Oex.
Lei lo guarderà salire sempre più in alto.
Leggero e sottile come non lo è stato mai.
E qualcuno finalmente lo saluterà, bellissimo, nell’abito migliore.
Arrivederci Panzon.

Playlist – Le 5 Cose Da Non Fare Sotto Tesi

1) Telefonare alla ex fidanzata alle tre di notte, ubriaco marcio, e cercare di convincerla che una seduta di sesso sadomaso farebbe bene al vostro rapporto di amicizia.
Antidoto: Fool for a lonesome train – Ben Harper

2) Prevedere, in fase di elaborazione, dei premi di produzione del tipo: “ogni tre righe scritte, mi concedo una sbirciata a redtube“. Si finisce per scrivere parole sconnesse pur di accumulare il montepremi.
Antidoto: Bodysnatchers – Radiohead

3) Ascoltare l’intervista a Ciriaco de Mita che si lagna perché i criteri per entrare nel PD sono basati sull’età anagrafica dei candidati, e non sulla loro intelligenza. Qualcuno gli dica che sarebbe stato escluso comunque.
Antidoto: Mongoloid – Devo

4) Uscire di casa inviperiti, con l’intenzione di dare una lezione al cane dei vicini che con il suo latrato disturba la vostra concentrazione, e ritrovarvi ad ululare in coro con il quadrupede. I dobermann sanno essere molto convincenti.
Antidoto: I wanna be your dog – Iggy Pop

5) Imprecare contro il proprio relatore augurandogli le peggiori cose, perché non vi segue in modo adeguato. Finisce che a questo viene davvero un malanno e voi vi ritrovate a tre mesi dalla consegna senza relatore, senza un’idea su cosa scrivere e con un terribile senso di colpa.
Antidoto: Nantes – Beirut

Towanda

Le fissavo le spalle, spostavo lo sguardo sulla pancia fissa, poi le mani fisse, le cosce fisse. Non mi andava di guardarla in faccia, perché non avevo mai visto la sua faccia fissa prima d’ora, e penso che quella sarebbe stata l’idea che mi avrebbe turbato di più, a parte tutto il resto, ovviamente.

Avrei voluto toccarla in quel momento, perché non avevo mai avuto tempo prima di sentire di che grana fosse fatta. Pelle dura, non avevo dubbi, pelle che non lascia passare, che riverbera, una pelle vincente.
Quello che c’era sotto, però, lo conoscevo bene, perché era stato anche mio, e naturalmente non avrei svelato mai niente a nessuno, gelosa del suo spirito. Adesso gliel’avrei preso in prestito, l’avrei conservato insieme al mio, e visto che gli spiriti si mescolano, la vita sarebbe stata davvero puttana.

Pensavo a lei che non aveva pensieri. Non aveva vita, e nemmeno sapeva più cosa fosse la vita. Cos’è il dolore, chi sono i beatles, il cacao, la polluzione, cos’è l’amore, cos’è la morte.
E mi convincevo sempre di più che quel funerale fosse il mio, che ancora sapevo che cosa fosse, un funerale.

Con due anime non ero più sola, almeno finché arrivò una vecchia in lacrime, che strappò fuori la mia per qualche minuto.
La vecchia si chiedeva dove andasse a finire il mondo e io le risposi in una bara, così lei grugnì nel fazzoletto ancora più forte. Le dissi che Towanda non era morta per le sigarette, ma che l’aveva uccisa la vita, perché è così che funziona per tutti noi.
Poi le chiesi se avrebbe pianto così tanto se la nostra amica se ne fosse andata, per non tornare, a Katmandu invece che al cimitero, e lei rispose nell’unico modo che conosceva: un borbottio.

Già, continuai, questo è il nostro funerale. Un funerale lo organizza chi rimane per chi rimane. Piangiamo le nostre paure, piangiamo quel che non abbiamo detto, piangiamo perché i se diventano mai più.

E mentre sentivo la verità pugnalarmi alla schiena decisi di andare via, a Katmandu, così nessuno avrebbe mai pianto per me, per loro non sarei mai morta.

La Mia Strada

Da piccola credevo che il luogo migliore per nascondersi dovesse essere lontano, piccolo, difficile da raggiungere.
Magari molto in alto, o molto in basso.
Doveva essere silenzioso, anonimo.

Oggi passeggio su un marciapiede di una grande città, e non mi sono mai sentita tanto sola, trasparente.
Qualcuno mi spinge, qualcuno mi impedisce di seguire il percorso -l’unico- che avevo in programma.
Devo fermarmi, decidere se passare a destra o a sinistra.
Devo guardare per terra, dove metto i piedi.
Per loro è tutto così normale. Toccare una spalla, andare dritto.
Avere sempre qualcuno accanto, così vicino col respiro, ma così lontano col pensiero.
Loro sono quella strada. Sono la sua anima, il suo battito.
Si muovono insieme, respirano insieme.
Poi un semaforo e un colpo di tosse. L’imbarazzo della staticità, l’angoscia di una pausa.
L’impazienza di camminare ancora, a tempo.

Io qui ci vengo per nascondermi.
Loro sono così diversi da me, sempre così pronti. Come se fosse facile.
Il mio cammino, invece, singhiozza.