Fire Walk With Me

Io c’ero dall’inizio, me ne ricordo solo alla fine.
Cominciate anche voi dalla fine … la firma.
Fatto il biglietto?
Allacciata la cintura?
Possiamo iniziare.

Il movimento è la condizione base per la sopravvivenza, quello che ci ha dato i confini, le frontiere del noi e del cambiamento.
Nel cambiamento vi è la vita.
Si cambia città, lavoro, amici, abitudini sessuali e alimentari.
Il cambiamento è lasciare la strada che si conosce per il brivido dell’ignoto.
E’ buttarsi nella mischia piuttosto che stare seduti su una sedia ad aspettare.
E’ passare dalle camel light alle chesterfield light.
E’ iniziare ad ascoltare la musica che ignoravi.
E’ ballare l’indie.
E’ liberarsi dalla zavorra dei pregiudizi.
E’ tutto e non è niente.
E’ girare un “corto” solo per se stessi.
E’ scrivere di quello che si conosce per farlo conoscere agli altri.
E’ vedere che ci si muove mentre gli altri sono fermi dove sono sempre stati.

Il duemilaessette, alla fine, è solo un nuovo viaggio.
Non parlate al conducente.

Re Magi

A Natale la mamma faceva il tacchino. Un’imitazione di merda.”
A me ha sempre fatto molto ridere, soprattutto da quando l’ho effettivamente capìta.

Oh che bello.
Fra qualche giorno arriveranno i Re Magi a dorso di mulo e, come al solito, fingendo stupore, anche sto giro non mi porteranno un cazzo, niente regali.
Giustificheranno l’assenza del pacco dono, tacciandomi d’esser stato un bambino cattivo.
Li immagino già, con l’indice puntato verso di me.
Io? Cattivo? Naaa. Stronzi! Tutti e tre.

Anzi, ditemi un po’, perché siete in tre?
Gaspare, Melchiorre e il Dottor Balanzone.
Tre, numero perfetto. Come i Police.
Non rispondete? Stronzi! Voi e i Police.

Ed è in questo clima da zucchero a velo che mi tornano in mente le immagini di Me bambino mentre aspetto di ricevere il regalo di Natale.
Prima del magic moment giocattolifero, uno dei miei genitori, solitamente quello più stronzo, nelle vesti di arbitro severo ma imparziale, mi chiedeva beota: “Sei stato buono durante l’anno? Hai fatto il bravo?”.
Cazzo gli vuoi rispondere ad uno/a così?
Certo che sono stato bravo.
Ho quattro anni io. Ho un puzzle incompleto al posto dei denti e vesto come un decerebrato, ma sono stato buono. Probabilmente.

Mentre sognavo lunghe distese di piste polistil o ettari di lego da costruire, arrivava puntualmente, un cazzo di gioco da tavolo (Il pranzo è servito, Monopoli, Indovina Chi), fonte di tristezza e depressione dei mesi a venire. Anche un’albicocca, figuriamoci un padre,  può legittimamente sospettare che, regalare un gioco da tavolo, ad un bambino, tendenzialmente solitario ed asociale ma soprattutto figlio unico, non è propriamente un’idea brillante.
Razza strana i genitori.
Ti mettono al mondo e poi passano i successivi dieci anni a tentare di picchiarti con delle armi in legno, originariamente nate per assaggiare il ragù.
Tu non puoi far altro che cercare di schivare i colpi.

Ogni giorno un genitore si sveglia e sa che dovrà correre più di un figlio.
Ogni giorno un figlio si sveglia e sa che dovrà correre più di un genitore.
Non importa che tu sia genitore o figlio.
Comincia a correre.

Ecco perché io non ho nessuna aspirazione a diventare, un giorno, genitore.
Se è per questo non mi sento portato nemmeno per il ruolo di figlio, ma su questo c’era oggettivamente poca possibilità di scelta.
Visto che non voglio fare il papà e nemmeno la mamma, non mi dona la gonna, mi impegno per passare direttamente dal via, ritirare le 20mila lire ed entrare trionfante nella categoria dei nonni.
Sono sicuro che con un po’ di allenamento posso farcela.

Ma alla fine, secondo te, se esprimo un desiderio, poi si avvera?
Buon Natale.

Il Pokerista

il_pokerista

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Possiede tutti gli strumenti indispensabili per iniziare la sua lunga ed esaltante cavalcata.
Caraffa di chinotto ghiacciato, i Jamiroquai in loop e sto cazzo di nuovo pacchetto in metallo delle Marlboro che, quando lo apri, ti stupisci di non trovarci dentro nemmeno un filetto di sardina sott’olio.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Le prime volte faceva un po’ di confusione, era impacciato o molto più semplicemente non aveva capito un cazzo.
Settimane di intensi rendez-vous col mago Silvan per imparare a maneggiare le carte con cura e carpirne trucchi e segreti.
Una volta, nella manica, ci nascose il settebello, buono per fare la primiera.
Scoperto, fu rinchiuso per qualche tempo nelle segrete e rilasciato su cauzione, dopo aver insegnato a detenuti e secondini l’abile arte dell’assopigliatutto.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Sublima carenze affettive, incontrandosi con gente di tutto il mondo, in maggioranza, guerrafondai americani.
Per l’occasione sfoggia il vestito buono, quello che conserva in armadio per grandi eventi mondani.
Ha il solito dannato problema con l’inglese.
Con un po’ di pratica ha imparato ad interagire con gli avversari e prima di iniziare la partita, si lancia libero in un “good luck for all”.
Gli altri lo guardano, dapprima confusi, poi in progressione partono applausi convinti.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Ha notato che i suoi compagni di viaggio sono tutti di pelle bianca, ci pensa e ci ripensa, ma qualcosa non torna.
L’unico colorato è il tizio in piedi che distribuisce distrattamente le carte.
Gli amici, ma solo quelli con una sotto-cultura borghese, lo chiamano confidenzialmente Otello.
Lui abbozza un mezzo sorriso, fa finta di parlare, poi non dice niente e torna cupo a ridistribuire le carte.

Il pokerista notturno e solitario è pronto.
Il torneo è cominciato.
Migliaia di persone sedute in tondo attorno ad un tavolo di marzapane, spizzano carte e pregano santini.
Lo schermo in pollici trasuda tensione.
Passa un’ora, poi una e ancora una.
Il vostro affezionatissimo, arriva al tavolo finale, sfidando i più grandi bari di tutto il mondo.

Quando tutto sembra volgere al bene, una morte rapida e violenta per mano di una coppia di assi pone fine al sogno, alla gloria eterna e ad una montagna di soldi (finti).
Senza più quasi una sola autentica ragione di vita, saluta i compagni di merende “Thank You” (applausi), slaccia la cravatta di pixel e si allontana a passo lento dalla sala.

La Notte

Notte.
Sono le quattro.
Primi pensieri: ho fame, devo pisciare.
Sensazione d’appagamento e di inquietudine.
Tutto buio, in casa e fuori.
Festival di sveglie, bimbi urlanti, genitori in ritardo, notizie flash del tg5, esploderanno di colpo solo tra qualche ora.
Adesso è pace, pare.

Accendo la prima sigaretta del giorno o l’ultima della notte.
Ho dormito? Se si, quanto?
Ma soprattutto, perché?
Anche stavolta mi sono addormentato tutto vestito.
Amo le cose vissute.
La bellezza di una maglia “storta” non ha eguali.
Certo cambiarsi le mutande di tanto in tanto aiuterebbe.
Devo capire perché, le cose a cui voglio più bene, sono stranamente tutte accomunate da una macchia di sugo.
Dovrebbero essere così anche gli esseri umani.
Affettuosi e al sugo.

Le storie finiscono 10 secondi dopo essere venuti.
Mentre lo penso mi sento ipocrita, ma solo di pomeriggio, non adesso.
Ne ho voglia e lo preparo.
Ho due macchinette per fare il caffè e sono entrambe da una “tazza”.
La solitudine si coglie nelle sfumature.

Mi viene in mente, sai quei programmi in tibbux?
Si, quelli dove tu passeggi e qualcuno ti minaccia con un microfono e ti chiede di rispondere a domande senza senso.
Si lo so che non passeggio, non lo faccio dal ’56, era per dire.
“Buongiorno oggi siamo a Bergamo e chiediamo alla gente se preferette il presepe o l’albero di Natale”.
Ecco io a volte mi sento così, come uno di Bergamo a cui fanno domande sceme. Preferette.

Della mia vita non faccio bilanci, ho smesso di avere l’ansia di condividere per forza le cose e se proprio devo pensare alla morte, beh, sarà il medico legale che tirerà le somme.