La Mela

Fuori piove. Ho deciso.
Cioè non è che ho deciso che fuori piove, pioveva già.

Ho deciso che ti scriverò una lettera.
Cerco di immaginare dove sei ora, mentre leggi queste righe, ma la memoria che ho di te è vecchia, a fotogrammi, come un vecchio proiettore.

Ho deciso di scriverti perché è un periodo strano, di confusione silenziosa.
Mi sento come anestetizzato dalla vita, sento che deve succedere qualcosa, ma non so cosa o forse è solo il mio desiderio di cambiare che me lo fa pensare.

Ma qualcosa mi manca. Ti ricordi?
E’ sempre stato così, lo sento da come respiro la vita.
Sento che mi manca come se mi fosse già appartenuto o qualcuno me l’avesse portato via, ma non so esattamente cos’è.

C’è chi cerca l’altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza.
Sono uno spicchio di me stesso.

Bluff

Per assicurarsi una buona riuscita, il bluff deve essere condotto fino in fondo, fino all’esasperazione.
Non c’è compromesso.
Non si può bluffare fino a metà e poi dire la verità.
Bisogna essere pronti ad esporsi al peggior rischio possibile.
Il rischio di apparire ridicoli.

Saverio

Saverio ha ottantanni, portati, tra l’altro, malissimo.
E’ basso, magro, gambe come due stuzzicadenti e i suoi occhi, ormai stanchi, riescono a distinguere solo alcune sfocate figure.
L’arteriosclerosi lo divora ogni giorno di più.
Ha già avuto due infarti ed ha una cicatrice lunghissima, di cui ho solo colto l’inizio, con le sue pareti rossastre e irregolari.
Il suo cuore e la sua vita vanno, di pari passo, spegnendosi inesorabilmente.

Saverio ha casa in un reparto di cardiologia.
Fuori da quelle mura, morirebbe.
Ha il letto numero sette, come le lettere che compongono il suo nome.
E’ la mascotte del secondo piano.
Malati e visitatori occasionali, ne restano irrimediabilmente affascinati.
I medici, al contrario, lo ignorano e gli infermieri non accorrono più quando suona il campanelletto delle emergenze.
Anche i figli non se lo cagano di pezza, aspettano solo la sua morte per vendere i terreni e dividersi equamente il bottino.
Una rapina legalizzata.

Saverio ha degli sbalzi d’umore che ti fanno impallidire.
Piange silente o ti rompe ossessivamente i coglioni con la sua parlantina.

Quando è allegro e sorridente, ha una vivacità come quella di un bambino che ha appena scoperto di riuscire a camminare da solo.
Ti viene vicino, ti racconta tutti i cazzi della sua vita e tu lì, impalato fisso ad ascoltarlo. Anche se non vuoi.
Lui parla e tutt’attorno si forma un capannello di gente incuriosita.
Gli anni della guerra, il lavoro nelle acciaierie della città, tutta una serie di malanni che, da soli, riempirebbero tre pagine dell’enciclopedia medica.
Racconta e sorride, alle volte sputa, ma non credo se ne sia mai accorto.
Ti addormenti la notte con la sua voce flebile nelle orecchie, ti risvegli al mattino e lui è ancora lì, sulla sedia che ti racconta qualcosa.
La sua vita non contempla la pausa pubblicitaria.

Quando è triste, guarda un punto imprecisato della stanza ed inizia a lacrimare, senza dire una parola.
Pochi mesi fa era tutto laborioso nel preparare un viaggio per festeggiare i suoi prossimi cinquantanni di matrimonio.
Voleva fare una sorpresa alla moglie, onesta casalinga e sfornatrice di figli a ciclo continuo.
Avrebbero preso l’aereo per la prima volta nella loro vita.
Un evento, insomma, per una coppietta di quell’età.
Destino cinico e beffardo ha voluto che, il giorno della partenza, l’adorata compagna di una vita, proprio quella mattina, non si sia più risvegliata.
Il freddo bollettino medico recitava: decesso per cause naturali.
Una serena morte nel sonno, diremmo noi, meno tecnici.
Vaglielo a spiegare a Saverio una roba del genere.

Saverio è analfabeta e scrive poesie.
Si è proprio così, giuro.
Da piccolo è andato a scuola come tutti, ma non era molto bravo, infatti ha ripetuto per tre anni la prima elementare e per altri tre, la seconda, poi il padre s’è rotto i coglioni e se l’è portato a lavorare nei campi.
Firma sempre e solo con una “X”, quando, s’intende, la sua mano riesce per qualche secondo a stare ferma e a non balbettare.
Saverio è analfabeta e scrive poesie.
Io odio le poesie, le trovo un inutile esercizio di stile.
Non mi piace Neruda, non mi piace Leopardi, non mi piace Prévert.
Le poesie di Saverio mi piacciono ancora di meno.
E’ negato per la poesia, ma nessuno, proprio nessuno ha il coraggio di dirglielo, nemmeno sottovoce.
Saverio è analfabeta e scrive poesie.

Quando Saverio si avvicina e mi chiede, timido, se ho cinque minuti liberi, è il caso di iniziare a preoccuparsi.
Mi prende per mano e mi ciabatta lento in direzione del primo tavolino libero e a disposizione.
Mi fa sedere, si assicura che io stia comodo e mi ridomanda, speranzoso, se davvero io abbia o meno quei cinque minuti liberi che prima assicuravo di avere.
Si allontana un attimo, va a prendere un foglio di carta grandissimo, una penna e mi si siede accanto, vicinissimo.
<<Sei pronto?>>
Rispondo di si e allargo un sorriso tra il tenero e lo stupito.
<<Allora iniziamo?>>
Lui detta e io scrivo.

Ho messo su carta tutti i suoi pensieri, ininterrottamente per tre ore.
“Amore mio, di quando sei andata via, la mia vita ha perso il sole e la luge”
“Stanotte ti ho sognata, eri qui agganto a me e i tuoi baci profumaveno di fracola”
“Lo so che mi proteggi e mi guardi di lassù, ma se ti penzo ci sono solo lacrime oramai”
Saverio è una mitraglia e giuro faccio fatica a stargli dietro con la penna.
Lo fermo, gli faccio ripetere l’ultimo pezzo, poi riprendo a macinare con la bic sul foglio di carta ormai saturo.
Lo correggo senza dirglielo, ogni tanto mi sorride e mi incita a mettere una frase che piace a me.
Si alza e va a pisciare e resto li con la penna a mezz’aria, pensoso, mentre cerco di trovare la quartina più bella della mia vita.
Cazzo, il tempo si ferma. Silenzio.

Torna dal cesso, si rimette seduto e mi guarda o almeno tenta di farlo, devo apparirgli come un’ombra anche se sono a mezzo metro di distanza.
Fa una smorfia, prende coraggio e poi domanda:
<<Ma tu cosa ci fai qui? Sei così giovane. Stai male? Cos’hai?>>
<<Non lo so, Saverio, credimi, non me lo ricordo più>>